Il titolo delle riflessioni che seguono m’è stato suggerito da una delle lettere pubblicate di recente dal quotidiano “la Repubblica”® nella rubrica “Lettere, commenti & idee” curata da Corrado Augias (c.augias@repubblica.it).
Scrive il lettore S.C. di Roma … “ Il basket italiano se la passa male, sia con gli azzurri sia con le squadre in Europa. Però vicino casa mia c’è il campo da basket di una scuola che ogni giorno è pieno di ragazzi (molti sono filippini veri funamboli col pallone) che scavalcano la recinzione per fare due tiri, l’uno contro uno, un tre contro tre. Allora capisco che per il mio sport preferito c’è un futuro per quella Italia che non vive solo di calcio.”
Sin qui la breve lettera dell’appassionato lettore romano che, aldilà dell’accenno al calcio, descrive in fondo un’amarezza personale, assieme però alla speranza di un futuro migliore per il nostro sport.
Cerchiamo tuttavia di cogliere quanto di altro c’è nella lettera, perché di fatto c’è dell’altro. C’è ad esempio il campo di basket della scuola, c’è la recinzione da scavalcare per accedervi e ci sono dei ragazzi, alcuni dei quali “filippini”. E si fanno allora strada alcune riflessioni.
La prima riguarda il fatto di chiedersi, ad esempio, se nelle ore curricolari su quel campetto qualche prof. faccia giocare a pallacanestro gli alunni di quella scuola, specialmente le femminucce. Generalmente, come anche nella mia scuola, si tratta di campetti in granulato sintetico all’aperto dove si può praticare anche la pallavolo. Anzi di solito ed in maniera prevalente i prof. a dispetto della superficie, fanno giocare a pallavolo per tutti quei perché che conosciamo, ai quali aggiungerei che la pallacanestro non è facile da insegnare. Perciò abbiamo pensato il Minibasket e oggi EasyBasket.
La seconda concerne il fatto che i ragazzi, quei ragazzi della lettera, devono scavalcare la recinzione per entrare nel campetto e poter giocare. Una sorta di “violazione di domicilio” per poter esercitare un diritto/piacere quale quello di tirare un pallone in canestro.
La terza riguarda i filippini che il lettore definisce dei veri funamboli con il pallone da basket. Ed è vero perché fa parte della loro cultura per via dell’influenza, sia passata che recente degli USA e della cultura scolastica americana di cui il basket fa parte, nella storia di quel paese asiatico.
Comunque nella lettera i ragazzi, italiani e filippini, scavalcano la recinzione per poter giocare liberamente, per costruire e applicare le regole del branco, per sfidare, sognare, immaginare, interpretare, impersonare i grandi del basket, ovvero più semplicemente per divertirsi e non stare a ciondolare al baretto sotto casa. Un po’ come si faceva tanti anni fa quando si andava a giocare all’oratorio, vero grande crogiuolo di decenni di generazioni del dopoguerra, forse al massimo fino agli anni ’70. E quelli che ci sono, che sopravvivono, che rinascono, meriterebbero sicuramente maggiore attenzione e considerazione sociale. E non solo, anche da parte del Vaticano.
Una volta si andava all’oratorio che era quasi sempre aperto per una sorta di “orario diurno continuato” ma, almeno al sud, di oratori con i canestri seppure sgangherati non ce n’erano molti. Da bambino e prima di trasferirmi a Roma, il mio oratorio a Palermo era quello della Chiesa dei Frati Francescani di Terrasanta nell’omonima via con annesso allora parrocchiale e indimenticabile Cinema Gaudium, dove si pagavano 50 lire (30 il biglietto ridotto) per vedere i film di Maciste, Ercole, John Waine, Totò e Peppino, e comunque si correva quando si leggevano i manifesti con sotto scritto “ in Technicolor” … ma erano gli anni cinquanta e nei miei ricordi il dopoguerra in Sicilia era veramente in bianco e nero, e forse più duro che altrove.
Lì c’era la polvere del campetto di pallone; nella sala giochi un “calcio balilla” con una sola palletta e con le manopole tutte rotte che dopo una partita alla morte ti sanguinavano le mani, un tavolo da ping-pong con una serie di racchette di compensato tutte sbrecciate, unte e bisunte di marmellata, pane olio, surrogato di cioccolato e quantaltro si può immaginare e una retina con i supporti tutti storti che a turno dovevamo tenere dritti per acquisire dopo il diritto a giocare, e le palline, non più di due, gelosamente custodite sotto il misterioso saio di Frate Casimiro.
E guai a non riportargliele … c’era la scomunica che consisteva nell’essere condannati a spazzare con la scopa di saggina la saletta dove si faceva catechismo, dopo aver spruzzato d’acqua il pavimento a mattonelle per evitare, come diceva Frà Casimiro, di fare “pruvulazzu”.
Per trovare un oratorio con un canestro bisognava andare in quello dei Salesiani, al Don Bosco, e lì c’era tutto, almeno per noi figli della guerra. E a scuola ?
A scuola alle elementari il maestro, un ufficiale reduce dalla guerra, ci faceva marciare e fare gli ordinativi in cortile; alla media il prof. ci intratteneva con gli esercizi collettivi “a corpo libero” e con i giri di corsa del perimetro interno della scuola, lui diceva in preparazione della “campestre”, mentre al liceo se ci diceva bene c’era il pallone da pallavolo, altrimenti ?
Altrimenti per i votati al sacrificio fisico e all’infortunio garantito c’erano due canestracci con brandelli di retine ai due lati opposti d’un campo da basket molto irregolare, in asfalto tutto sbrecciato su cui il pallone (fregato a Villa Garibaldi ai marinai americani della Settima Flotta), aveva rimbalzi imprevedibili ed improbabili. Ma potevamo sognare … più che segnare.
A questo punto non ricordo più come sono arrivato a parlare dei miei “amarcord personali” però rileggendo forse un “fil rouge” ce lo trovo, ed è il filo rosso delle memorie che sostengono il presente e nutrono il futuro. O meglio dovrebbero nutrirlo se ci fosse il coraggio di rammentare personalmente e collettivamente da dove veniamo, anche nello sport, anche nella pallacanestro, anche nel minibasket, dal 1965 ad oggi e dove vorremmo andare.
E potrebbe veramente essere un esercizio salutare per tanti, magari solo per provare un tantinello di “sana vergogna” nell’intrattenersi a disquisire con tanto di argomenti tecnici sull’opportunità del “4 c 4” inserito in un progetto scuola … che magari in una classe delle medie si trovassero quattro bambinette da far giocare contro altre quattro ! E dei detrattori della “strategia educativa” dell’EasyBasket, ne vogliamo parlare ? Ma per favore siamo seri !
E fino a quando daremo filo e retta a queste ed altre baggianate senza memoria né storica, né civile, né culturale, per non parlare di quella metodologico-didattica, avremo per assonanza dato ragione al degrado dei tg di prima serata e alle prime pagine dei quotidiani nazionali che si sentiranno autorizzati dall’opinione pubblica a mettere in rilievo “la farfallina tatuata o meno” della “pulcelle” di turno al Festival delle banalità.
Mentre la già citata opinione pubblica considererà ancora una volta gli evasori fiscali, i corrotti e i corruttori, i nani e le ballerine come persone da invidiare e in fondo da apprezzare in quanto svegli e furbi, così come i furbi e i mariuoli del nostro mondo sportivo. E allora il nostro non ce la potrà fare a tornare ad essere un Paese normale, ammesso e non concesso che lo sia mai stato. Forse lo fu quando era ancora “in bianco e nero”, quando si potevano lasciare i figli dalla vicina o in cortile sotto casa a giocare, per andare a fare la spesa dal fornaio sotto casa … magari a credito, fino alla fine del mese.
Fabrizio Pellegrini
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