D. Come va l’insegnamento della sua materia?
R. Mi creda, è una grande fatica, un grosso impegno !
D. E l’apprendimento ?
R. Che dirle, non si impegnano, non si applicano !
(Da un’intercettazione nella sala professori)
Lo stato dell’arte in materia di relazione tra insegnamento e apprendimento, si nutre troppo spesso di vecchie e nuove “ipocrisie pedagogiche” talvolta sostenute da un malinteso rapporto di causa-effetto e da una sorta di senso dell’ineluttabilità del fatto che “Tanto in un modo o nell’altro, vedrai che qualcuno impara e per gli altri, pazienza !”
Pur se il piena buona fede e con le migliori intenzioni (spesso poco più che intenti), sia a scuola che nell’extra scuola dei nostri centri, il paradigma insegnamento-apprendimento assomiglia spesso ad una sorta di processo virtuale che non fa altro che finire per valutare “l’erogatore del servizio educativo” per misurare, quando va bene, lo scarto esistente tra le intenzioni formative enunciate e ciò che è stato realizzato, in termini però non tanto di apprendimenti accertati, quanto di insegnamenti realizzati.
E si tratta per noi di un processo virtuale nel momento in cui l’istruttore trasmette i suoi saperi semplicemente adeguandoli all’età degli allievi o alla categoria d’appartenenza e su questo modus operandi identifica, partendo dal modello di prestazione del mini, il suo modello di formazione; in buona sostanza gli allievi, di fatto, imparano spesso da soli, cercando di adattarsi ed adeguarsi ai paradigmi tecnici dell’istruttore, o almeno a quelli che gli sono stati descritti, spiegati e insegnati come tali.
Ma ti rendi conto che stai insegnando ?
L’interrogativo può sembrare retorico se non fosse tragicamente presente in tante realtà educative, e non si pensi che la scuola ne sia esente, anzi. Purtuttavia è presso altre “agenzie educative e formative” che si riscontrano in misura maggiore le situazioni più contraddittorie, o se vogliamo più “ipocritamente pedagogiche”, e ciò non tanto per scelte perseguite scientemente, quanto per via della “volatilità e precarietà” di tante delle figure educative o presunte tali e delle omissioni o delle approssimazioni in materia pedagogica presenti nella loro formazione.
Non sono perciò estranee alla questione le strutture formative che, nelle diverse connotazioni, sono responsabili della formazione degli “addetti ai lavori” a partire da quella di base e via via fino a quella prevista nei diversi livelli di responsabilità tecnica e sportiva.
E tutto ciò sembra paradossale dal momento in cui, di fatto, nell’ambito della formazione sportiva, soprattutto in quella di base e giovanile, e non solo, c’è uno che insegna qualcosa a qualcuno, ovvero che, persino a sua insaputa, compie un’azione pedagogica. Il passo successivo è quello di chiedersi quale sia il suo livello di consapevolezza e di competenza in materia di “nobile arte dell’insegnamento”.
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Non suoni intenzione di offendere o di sfottere le situazioni eventualmente richiamate dal titolo del paragrafo; il focus che ci interessa è solo quello della parola “educazione” che presuppone e contiene l’assicurazione che ciò che si offre contiene e promette una componente “pedagogica” certa, altrimenti che ci azzecca il termine educazione ?
Nella comune e condivisa “vulgata” troppo spesso l’educazione sportiva corrisponde ad una sorta di adeguamento o “accomodamento di tipo piagettiano” dei nostri giovanissimi allievi ad un “modello” che generalmente corrisponde a quello della prestazione di gara. Da cui si fa discendere solitamente un modello di allenamento, quindi di formazione e, in tanti casi, persino di “giocosport”.
Molto spesso e non a torto per via delle finalità proprie del mondo dello sport, in questi modelli vengono indicati perentoriamente e indiscutibilmente, quali sono “gli apprendimenti significativi” (chiamateli pure fondametali) da cui discendono, ovviamente, e spesso tragicamente “gli insegnamenti significativi”, con una caratteristica ricorrente che consiste nel fatto che quegli insegnamenti significativi, di solito, diventano “gli unici” insegnamenti praticati.
Se non ricordo male un certo Prof. David Paul Ausubel, eminente psicologo statunitense di scuola piagettiana scrive di “apprendimenti significativi” ma li connota come “sicuramente non esclusivi” e li distingue dagli “apprendimenti meccanici”. (D.P.Ausubel - Educazione e processi cognitivi - Ed. Franco Angeli – 2005)
Con ciò non voglio dire che il nostro istruttore/educatore debba per forza conoscere l’opera omnia di D.P. Ausubel; segnalo solo l’opportunità, anzi la necessità, che almeno chi si occupa della sua formazione sia competente in materia e che di conseguenza conosca la differenza tra apprendimenti significativi e apprendimenti meccanici.
Il che vorrebbe dire che sa spiegare al futuro istruttore/educatore la differenza tra insegnamenti significativi e insegnamenti meccanici. Il nostro formatore dovrebbe essere cioè possedere competenze pedagogiche accertate per poter trasmettere e far acquisire un minimo di sensibilità pedagogica ai futuri istruttori/educatori. Tutto qui.
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Fabrizio M. Pellegrini
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