Siamo a New York, all’inizio degli anni ’50 e a proposito di didattica … all’americana … [ La signorina Ruth Peabody, la maestra di disegno, entrava di corsa, con il solito cappellino di sghimbescio e tutta trafelata diceva: “Buongiorno bambini. Oggi disegneremo un albero.” E tutti i bambini dicevamo: “Magnifico, disegneremo un albero”.
E poi lei prendeva un gessetto di colore verde e disegnava sulla lavagna un grande coso verde. Ci aggiungeva un tronco di colore marrone e qualche filo d’erba alla base. E diceva: “Ecco un albero.”
Tutti i bambini lo guardavano e pensavano che non era un albero, perché aveva la forma di un grosso lecca-lecca verde, come quelli alla menta. Ma lei sosteneva che quello era un albero e passando tra i banchi consegnava un foglio e diceva: “Adesso disegnate un albero”.
In realtà il compito non era quello di disegnare un albero, ma quello di disegnare “il suo albero”. E quanto prima si capiva che cosa lei si aspettava da ciascun bambino e si riusciva a riprodurre fedelmente l’albero-lecca-lecca e a consegnare il foglio, tanto prima si otteneva la sua approvazione e la lettera “A” (i voti nelle public-school degli Stati Uniti vanno dalla A alla E-F e corrispondono a : excellent, great, satisfactory, needs improvement, fail) annotata sul compito.
Ma c’era un bambino, figlio di italo-americani immigrati e che i compagni di classe “wasp” (wite-anglo-saxon-protestant) chiamavano spregiativamente “wop” (acronimo
dell'espressione with out passport, in quanto molti italiani entravano negli Stati Uniti clandestinamente) che non ci voleva stare e che sapeva che quel coso disegnato dalla maestra Ruth Peabody non era un albero ma un grande lecca-lecca verde e marrone, con il verde che sapeva di menta fresca ed il bastoncino di liquirizia naturale, come quelli veri e più piccoli che vendevano nella bottega di Bob Cincillo all’angolo tra Mulberry e Canal Street.
E quel bambino di nome Leo, sapeva che quello disegnato alla lavagna non era un albero perché lui aveva visto e vissuto un albero che la maestra di disegno non immaginava neppure. Perché lui, Leo, abitava al 134 di Baxter Street, a pochi passi dalla sua scuola “ H.De Soto Pubblic School” , in un modesto appartamento al piano terra che aveva un piccolo cortile interno con un grande albero al centro, persino sproporzionato rispetto alle dimensioni del cortile.
E nei suoi pomeriggi solitari di bambino figlio d’immigrati e ancora non integrato, Leo su quell’albero s’era arrampicato, da quell’albero era caduto, l’aveva intagliato, odorato, raschiato, staccato le foglie verdi e raccolto le foglie gialle, piegati i rami; ci si era persino sdraiato sotto a faccia in su a cercare il cielo tra i muri dei palazzi e sapeva, anzi ne era certo, che l’albero disegnato dalla maestra Ruth Peabody era solo e soltanto un grande lecca-lecca alla menta.
Perciò prese i suoi pastelli e per manifestare il suo dissenso cominciò a scarabocchiare allegramente sul foglio con tutti i colori possibili. Ne venne fuori una sorta di confuso arcobaleno che gli piacque molto; allora mise il suo nome e consegnò il foglio tutto soddisfatto. La maestra Peabody osservò il foglio, poi la lavagna e quindi rivolse lo sguardo al cielo mormorando “Oh, my God, but it’s it terrible what you designed (Oh, mio Dio, ma è terribile quello che hai disegnato!) “
Quindi spazientita appose un “x” sul foglio e corse subito dal Direttor, ostentando il disegno di Leo, per esporre quel caso veramente disperato di bambino italiano immigrato, che mostrava evidentissime forti carenze di comprensione e di apprendimento.]
Il brano che vi ho narrato, liberamente tratto dal libro “Vivere, amare, capirsi” di Leo Buscaglia nella edizione di A. Mondadori, costituisce evidentemente un pretesto per riprendere alcune delle riflessioni fatte in passato nella nostra rubrica a proposito del rapporto tra insegnamento e apprendimento, tra didassi e matesi, di cui all’incipit dei nostri ragionamenti sull’insegnamento.
Nella storiella narrata da L.Buscaglia nel suo libro si tratta dell’insegnamento del disegno, ma nel nostro ragionamento potrebbe trattarsi dell’insegnamento e dell’apprendimento di qualsiasi cosa, easy, mini e pallacanestro compresi.
Non occorre andare troppo lontano dalle nostre personali e singole esperienze per rammentarsi di tutte le volte che ci siamo imbattuti in espressioni ed azioni del tipo “ti faccio vedere … si fa così … si tira così … si palleggia così … si passa così … eccetera”. E a ogni … “così” … corrispondeva una dimostrazione “ in corpore vili ” !
So che il solito tecnico “pluridecorato” è pronto subito a spararmi in faccia la canonica espressione del tipo … si vabbè ! e vuoi vedere che adesso non si deve e non si può più dimostrare ! E chi l’ha detto ? Evviva! Evviva i sempre più deleteri processi di semplificazione in bianco e nero, tanto cari all’incultura corrente; mentre il mondo, quello globale che viaggia veloce e comunica “alla faccia dei poteri” è un mondo tutto a colori.
Intanto prenderei in prestito, ad esempio, la lingua italiana. Il linguaggio sportivo è, com’è noto, un linguaggio non verbale, al pari della musica, della danza, della pittura, del disegno … appunto.
Ma si tratta pur sempre di linguaggio e per tornare alla lingua italiana, le forme attraverso cui i bambini possono esprimere il loro livello di padronanza della lingua scritta, sono diverse: il dettato, il copiato, il riassunto, la relazione, i famosi pensierini di felice memoria, e quindi il tema e via discorrendo fino ad arrivare ai giorni nostri.
Se si scava nella memoria, si riesce persino a ricordare il livello di gradimento personale di ciascuno di noi nei confronti delle già citate forme espressive, ovvero il livello di accessibilità alle stesse. In fondo il copiato era quello che ti permetteva persino di cimentarti nella bella grafia (calligrafia); il dettato andava bene se la maestra non correva e se leggeva senza inflessioni dialettali troppo marcate; i pensierini liberi erano graditi specialmente se il tema era … “la vostra domenica”. Dai pensierini al tema poi il passo era breve.
E mi viene in mente uno dei pensierini più divertenti letti durante la mia carriera d’insegnante che riporto fedelmente, errori compresi, dopo aver precisato che quella certa notte a Roma c’era stato un violentissimo temporale con tanto di tuoni, fulmini e saette e come al solito, mezza città era allagata.
Pensierino sul temporale di questa notte
Questa notte a Roma ciè stato il temporale e io ciò avuto pavura e allora sono antato dentro al lettone de la mia matre ma dove pero già ci stava il zio mio che cià avuto pavura prima di me.
Aldilà degli inquietanti risvolti familiari (circa il ruolo di “supplenza” nell’ambito del talamo maritale del legittimo consorte nonchè padre del pargolo impaurito che faceva la guardia notturna), che dire. Personalmente ne ho colto l’aspetto emotivo-cognitivo del tipo causa-effetto-tempo … se lui, lo zio, stava già lì nel lettone, voleva dire che aveva avuto paura prima. Non fa una piega. In fondo l’attivatore delle azioni secondo il pargolo era la paura del temporale. Il resto, il fatto in sé, ne è la diretta conseguenza.
Per tornare alle forme espressive scritte, altro discorso riguarda invece “il riassunto” che nel comune sentire ed intendere è stato spesso considerato di secondo piano rispetto al tema vero e proprio e che invece consiste in un’attività espressiva scritta assai significativa e che comporta in sequenza attenzione, analisi, sintesi ed espressione. Del tipo … bambini provate a riassumere l’azione che avete fatto stamane in palestra quando avete fatto l’ultimo canestro, quello della vittoria ! Oggi la maggioranza dei linguisti più avvertiti ne stanno rivalutando le grandi potenzialità sul piano cognitivo.
Che ci azzecca con il lecca-lecca e la pallacanestro ? Tutto, proprio tutto dal momento che se accogliamo e facciamo nostro il modello cognitivo d’insegnamento-apprendimento, nel quale il pensiero e la verbalizzazione, precedono, accompagnano, concludono e verificano l’azione, che bisogno c’è che ti faccia “subito” vedere come si palleggia, si tira, si passa ?
Coi bimbi piccoli, fidiamoci del loro cognitivo, cerchiamo di capire se ad una nostra frase corrisponde un loro pensiero e quindi un’azione corrispondente. E solo poi interveniamo per aggiustare, correggere, attraverso una più incisiva comunicazione sia verbale che non. E una delle forme di comunicazione non verbale è la dimostrazione.
Si, insomma, non commettiamo lo stesso errore della maestra Ruth Peabody … bambini oggi impareremo a tirare a canestro … si fa così … e magari esce fuori un tiro che sembra … un lecca-lecca e voi continuate a dire che è un albero.
Mi piace sostenere infine che i bambini devono imparare a tirare a canestro, non devono imparare a copiare il vostro tiro a canestro. Viceversa non si sa mai, ma potreste sentire una voce che vi urla dietro … “Oh, my God, but it’s it terrible what they teach !” (Oh, mio Dio, ma è terribile quello che insegni !)
P.S. Leo Buscaglia, cittadino degli Sati Uniti di origini italiane, è Professore Emerito di Pedagogia presso la University of South California.
Fabrizio M. Pellegrini
Vicepresidente Settore Scuola
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